Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

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I tre compagni di San Francesco: Leone, Rufino ed Angelo
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I tre compagni di San Francesco: LEONE, RUFINO ED ANGELO

I tre compagni di San Francesco:
LEONE, RUFINO ED ANGELO

Nel capitolo di Genova del 1244, il Ministro generale Crescenzio da Iesi ordinò ai frati di raccogliere le proprie memorie sui "segni e prodigi del beatissimo Padre Francesco". A questa ingiunzione per la raccolta di nuove testimonianze sulla vita del Santo, aderirono anche tre "socii" di Francesco: Leone, Rufino ed Angelo, come si apprende da uno dei documenti più utilizzati da chiunque abbia affrontato il complesso problema noto come "La questione francescana": è la "Lettera di Greccio", così detta dal luogo di composizione e di invio riportati nella datazione topica che accompagna la datazione cronica: Greccio, 11 agosto 1246; lettera che fu allegata alle memorie scritte ed inviate al Ministro generale. Gli eroici frati, allora dimoranti nel romitaggio di Greccio, ripercorsero, non senza profonda commozione, le meravigliose vicende che caratterizzarono la vita del loro Maestro Francesco, raccogliendo "come da un prato rigoglioso, un mazzo di fiori, quelli che ci sono parsi i più belli, senza però disporli in ordine cronologico".
I ricordi composti nel romitaggio reatino traevano la loro autorevolezza dal fatto che i loro autori erano stati a diretto contatto con Francesco, privilegio questo che, nel 1246, poteva vantare solo uno esiguo numero di frati. Toccante e altamente significativa, senza dubbio, è la ricorrente frase dei tre narratori che accompagna le loro memorie: "Noi, che siamo vissuti più a lungo insieme con lui".
Alla raccolta del materiale agiografico su Francesco, era allegata, quindi, la "Lettera di Greccio", i cui mittenti si rivolgono con "la dovuta, devota riverenza al reverendo padre in Cristo, fra Crescenzio, per grazia di Dio Ministro generale", per inviargli, secondo la disposizione del Capitolo generale, i loro personali ricordi "del beatissimo Padre Francesco" e quelli raccolti presso altri compagni del Santo.
La lettera e lo scritto agiografico partivano da Greccio a più di due anni dalla disposizione del Capitolo generale di Genova. Due anni che la lettera ci fa supporre intensi di rievocazioni, di scambi di informazioni, di rapporti tra gli ancora superstiti compagni della primitiva "fraternitas", come Filippo Longo, e coloro che, divenuti frati minori negli anni immediatamente successivi, furono poi tra i più vicini al Santo negli ultimi anni della sua vita, come Illuminato di Rocca Accarina, Masseo e gli stessi mittenti dello scritto. Dunque una fitta trama di rapporti che si svolge intorno all'eremo di Greccio, luogo questo che sembra stabilire una continuità ideale tra l'esperienza vissuta da Francesco, i suoi insegnamenti e la loro rievocazione e reinterpretazione, nello scambio delle memorie tra alcuni di coloro che più da vicino vissero accanto all'Assisiate, e che ai loro discepoli ne avevano tramandato il ricordo; significativo in proposito il riferimento preciso a "fra Giovanni, socio del venerabile fra Egidio e di fra Bernardo di santa memoria, primo compagno del beato Francesco". Una linea di continuità, quindi, tra Francesco, i suoi compagni ed i loro discepoli, che pare correre sul filo della vicenda storica dell'eremo di Greccio: la continuità della memoria, fondata sulla devozione totale che dall'ameno "locus" reatino, per la prima volta in uno scritto, rivendica, pur sommessamente ed in consonanza con il mandato dei superiori gerarchici, la propria identità. Da quanto tempo i "socii" di Francesco, mittenti della lettera, erano a Greccio? E per quanto tempo vi si fermeranno ancora? Difficile dare precise risposte!
Certo è che Tommaso da Celano, nella stesura della nuova biografia ufficiale di Francesco, la cosiddetta "Vita secunda", operata tra il 1246 ed il 1247, aderì letteralmente alla linea seguita nelle testimonianze raccolte da Leone, Rufino ed Angelo, allegate alla "Lettera di Greccio", dove essi stessi si mostrano propensi a trasmettere soprattutto "alcuni aspetti salienti della sua santa vita e la intenzione della divina volontà" del Poverello assisiate, senza accontentarsi di narrare "solo dei miracoli, i quali palesano ma non fanno la santità".
La "Vita secunda" del Celano, eludendo in parte l'ingiunzione di Crescenzio da Iesi di raccogliere i "segni ed i prodigi" del Santo, è caratterizzata, infatti, da una minore presenza, rispetto alla "Vita prima", dei termini "miracolo, segno, prodigio, fatto sorprendente", con accezioni che connotano i miracoli terapeutici. La prima biografia del Celanese contiene, oltre alla Vita del Santo, i "miracoli dopo la morte" di Francesco, letti durante il processo di canonizzazione; la seconda, invece, termina con la narrazione della canonizzazione e della traslazione del Santo, senza alcun cenno ai "miracoli dopo la morte" dell'Assisiate. Tutti i prodigi narrati nella "Vita prima" sono assenti nella "Vita secunda": la tendenza a relegare i portenti terapeutici operati in vita da Francesco in una dimensione secondaria rispetto alle sue virtù morali, si ripropone in modo più marcato nella seconda biografia, e - nonostante che nel prologo di quest'ultima Tommaso da Celano affermasse: "sono inseriti alcuni miracoli, quando se ne offre l'opportunità" - i prodigi inclusi non sono unicamente guarigioni come si verificava nella "Vita prima". Inoltre le intenzioni dichiarate dei tre Compagni erano di non scrivere una "Vita" di Francesco, bensì di portare un contributo inedito, raccogliendo "come da un prato rigoglioso, un mazzo di fiori, quelli che ci sono parsi i più belli, senza però disporli in ordine cronologico". Il materiale inviato sembra, pertanto, doversi riconoscere, sostanzialmente, nella seconda parte della "Vita secunda" di Tommaso da Celano, a cui la raccolta, intimata da Crescenzio da Iesi, era destinata. Tale parte, infatti, senza seguire alcun ordine cronologico, presenta tutta una serie di fatti, gesti, volontà di Francesco che ben sembrano corrispondere alle intenzioni dei Compagni di Greccio, anche se questo non significa che essa abbia incorporato tutta, o esclusivamente, la documentazione raccolta nel romitaggio reatino.
Il contenuto della "Lettera di Greccio" è il seguente:
"Al reverendo padre in Cristo, frate Crescenzio, per grazia di Dio Ministro generale, frate Leone, frate Rufino e frate Angelo, che in passato furono compagni, senza esserne meritevoli, del beato padre Francesco, esprimono la loro doverosa e devota riverenza nel Signore.
Poiché per disposizione del Capitolo generale testé celebrato e vostra, i frati sono tenuti a comunicare alla paternità vostra i miracoli e i prodigi del beatissimo padre Francesco che essi conoscono o che possono reperire, noi, che siamo vissuti più a lungo insieme con lui, malgrado non ne fossimo degni, abbiamo ritenuto opportuno di presentare alla santità vostra, guida la verità, alcune tra le molte gesta di lui, delle quali siamo stati spettatori o di cui abbiamo attinto notizie da altri santi frati. E specialmente da frate Filippo, visitatore delle Povere dame, frate Illuminato dell'Arce, frate Masseo da Marignano e frate Giovanni, compagno del venerabile frate Egidio, che raccolse numerose informazioni sia da frate Egidio stesso che da frate Bernardo, di santa memoria, primo compagno del beato Francesco.
Non ci accontentiamo però di narrare solo dei miracoli, i quali palesano ma non fanno la santità; nostro intento è anche di mostrare alcuni aspetti salienti della sua santa vita e la intenzione della divina volontà, allo scopo di lodare e glorificare il sommo Dio e il santo padre Francesco, e di edificare quanti vogliono seguire i suoi esempi.
Non ci proponiamo tuttavia di scrivere una vita, dal momento che della sua vita e dei miracoli che Dio ha compiuto per mezzo di lui sono già state redatte delle "leggende"; bensì abbiamo colto, come da un prato rigoglioso, un mazzo di fiori, quelli che ci sono parsi i più belli, senza però disporli in ordine cronologico. E di proposito abbiamo tralasciato molti fatti, già raccontati in modo veridico ed elegante nelle leggende su ricordate; in esse voi potrete far inserire, se lo riterrete opportuno, questi nostri ricordi. Siamo invero persuasi che, se a quei valenti biografi fossero stati noti i presenti ricordi, non li avrebbero passati sotto silenzio; anzi, li avrebbero, almeno in parte, abbelliti con il loro stile, tramandandoli così alla memoria dei posteri.
Possa la santa paternità vostra stare sempre bene nel Signore Gesù Cristo; nel quale noi, figli devoti, ci raccomandiamo alla santità vostra con umiltà e devozione.
Dal luogo di Greccio, 11 agosto dell'anno del Signore 1246".


Il materiale inviato dai "Compagni" del Santo, cui era allegata la citata lettera, dopo essere stato usato dal Celano, restò nell'Archivio di Assisi. Ma già nel 1305, a detta dell'anonimo autore del "Chronicum XIV vel XV Generalium", la preziosissima silloge si era smembrata e, almeno in parte, era andata perduta. Molto probabilmente l'originale scomparì, seguendo la sorte delle altre "Legendae" proscritte dal Capitolo generale di Parigi del 1266. La parte salvata, nota all'autore del "Chronicum", consisterebbe, probabilmente, in certi paragrafi che uno o più frati stralciarono in antecedenza (tra il 1246 ed il 1266) dalla raccolta voluta da Crescenzio da Iesi, oltre che dalle biografie del Celano. Più tardi, precisamente dieci anni dopo, il Capitolo generale di Padova (1276), costatato che il drastico editto, anziché sopire i dissensi, li aveva acuiti, ordinò "quod inquirant de operibus b. Francisci et aliorum sanctorum fratrum quaecumque memoria digna, prout in suis provinciis contigerunt eidem Generali sub verbis et testimoniis rescribenda". Ma ormai le biografie del Celano erano quasi irreperibili. Questo materiale così salvato, e derivato dalle autorevoli "cartulae" dei Compagni e dalla "Vita secunda", dovette dar vita a numerosi florilegi che, sappiamo, proliferarono sullo scorcio del secolo XIII ed agli inizi del secolo XIV, quando ormai l'agiografia del Santo era divenuta esclusiva degli Spirituali che cercarono così di compensare e forse anche di contrastare la "Legenda Nova" di San Bonaventura da Bagnoregio. Appunto in antitesi ad essa cominciò a circolare questo materiale, sotto la generica designazione di "Legenda Antiqua". Anonimo ma, pur come florilegio, si intendeva attribuito nella sostanza, se non addirittura nella lettera, ai Compagni del Santo, più spesso a fra Leone, il socio più intimo ed il più autentico interprete delle sue volontà. Ed invalse l'uso di citare questi florilegi come "scripta sociorum", più tardi come "scripta trium sociorum", o più correttamente come "scripta fra Leonis").


Paolo Rossi
paolo.r@sanfrancescoassisi.org



 
 



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