el capitolo
di Genova del 1244, il Ministro generale Crescenzio da Iesi ordinò
ai frati di raccogliere le proprie memorie sui "segni e prodigi
del beatissimo Padre Francesco". A questa ingiunzione per
la raccolta di nuove testimonianze sulla vita del Santo, aderirono
anche tre "socii" di Francesco: Leone, Rufino ed Angelo,
come si apprende da uno dei documenti più utilizzati da
chiunque abbia affrontato il complesso problema noto come "La
questione francescana": è la "Lettera
di Greccio", così detta dal luogo di composizione
e di invio riportati nella datazione topica che accompagna la
datazione cronica: Greccio, 11 agosto 1246; lettera che fu allegata
alle memorie scritte ed inviate al Ministro generale. Gli eroici
frati, allora dimoranti nel romitaggio di Greccio, ripercorsero,
non senza profonda commozione, le meravigliose vicende che caratterizzarono
la vita del loro Maestro Francesco, raccogliendo "come da
un prato rigoglioso, un mazzo di fiori, quelli che ci sono parsi
i più belli, senza però disporli in ordine cronologico".
I ricordi composti nel romitaggio reatino traevano la loro autorevolezza
dal fatto che i loro autori erano stati a diretto contatto con
Francesco, privilegio questo che, nel 1246, poteva vantare solo
uno esiguo numero di frati. Toccante e altamente significativa,
senza dubbio, è la ricorrente frase dei tre narratori che
accompagna le loro memorie: "Noi, che siamo vissuti più
a lungo insieme con lui".
Alla raccolta del materiale agiografico su Francesco, era allegata,
quindi, la "Lettera di Greccio", i cui mittenti si rivolgono
con "la dovuta, devota riverenza al reverendo padre in Cristo,
fra Crescenzio, per grazia di Dio Ministro generale", per
inviargli, secondo la disposizione del Capitolo generale, i loro
personali ricordi "del beatissimo Padre Francesco" e
quelli raccolti presso altri compagni del Santo.
La lettera e lo scritto agiografico partivano da Greccio a più
di due anni dalla disposizione del Capitolo generale di Genova.
Due anni che la lettera ci fa supporre intensi di rievocazioni,
di scambi di informazioni, di rapporti tra gli ancora superstiti
compagni della primitiva "fraternitas", come Filippo
Longo, e coloro che, divenuti frati minori negli anni immediatamente
successivi, furono poi tra i più vicini al Santo negli
ultimi anni della sua vita, come Illuminato di Rocca Accarina,
Masseo e gli stessi mittenti dello scritto. Dunque una fitta trama
di rapporti che si svolge intorno all'eremo di Greccio, luogo
questo che sembra stabilire una continuità ideale tra l'esperienza
vissuta da Francesco, i suoi insegnamenti e la loro rievocazione
e reinterpretazione, nello scambio delle memorie tra alcuni di
coloro che più da vicino vissero accanto all'Assisiate,
e che ai loro discepoli ne avevano tramandato il ricordo; significativo
in proposito il riferimento preciso a "fra Giovanni, socio
del venerabile fra Egidio e di fra Bernardo di santa memoria,
primo compagno del beato Francesco". Una linea di continuità,
quindi, tra Francesco, i suoi compagni ed i loro discepoli, che
pare correre sul filo della vicenda storica dell'eremo di Greccio:
la continuità della memoria, fondata sulla devozione totale
che dall'ameno "locus" reatino, per la prima volta in
uno scritto, rivendica, pur sommessamente ed in consonanza con
il mandato dei superiori gerarchici, la propria identità.
Da quanto tempo i "socii" di Francesco, mittenti della
lettera, erano a Greccio? E per quanto tempo vi si fermeranno
ancora? Difficile dare precise risposte!
Certo è che Tommaso da Celano, nella stesura della nuova
biografia ufficiale di Francesco, la cosiddetta "Vita secunda",
operata tra il 1246 ed il 1247, aderì letteralmente alla
linea seguita nelle testimonianze raccolte da Leone, Rufino ed
Angelo, allegate alla "Lettera di Greccio", dove essi
stessi si mostrano propensi a trasmettere soprattutto "alcuni
aspetti salienti della sua santa vita e la intenzione della divina
volontà" del Poverello assisiate, senza accontentarsi
di narrare "solo dei miracoli, i quali palesano ma non fanno
la santità".
La "Vita secunda" del Celano, eludendo in parte l'ingiunzione
di Crescenzio da Iesi di raccogliere i "segni ed i prodigi"
del Santo, è caratterizzata, infatti, da una minore presenza,
rispetto alla "Vita prima", dei termini "miracolo,
segno, prodigio, fatto sorprendente", con accezioni che connotano
i miracoli terapeutici. La prima biografia del Celanese contiene,
oltre alla Vita del Santo, i "miracoli dopo la morte"
di Francesco, letti durante il processo di canonizzazione; la
seconda, invece, termina con la narrazione della canonizzazione
e della traslazione del Santo, senza alcun cenno ai "miracoli
dopo la morte" dell'Assisiate. Tutti i prodigi narrati nella
"Vita prima" sono assenti nella "Vita secunda":
la tendenza a relegare i portenti terapeutici operati in vita
da Francesco in una dimensione secondaria rispetto alle sue virtù
morali, si ripropone in modo più marcato nella seconda
biografia, e - nonostante che nel prologo di quest'ultima Tommaso
da Celano affermasse: "sono inseriti alcuni miracoli, quando
se ne offre l'opportunità" - i prodigi inclusi non
sono unicamente guarigioni come si verificava nella "Vita
prima". Inoltre le intenzioni dichiarate dei tre Compagni
erano di non scrivere una "Vita" di Francesco, bensì
di portare un contributo inedito, raccogliendo "come da un
prato rigoglioso, un mazzo di fiori, quelli che ci sono parsi
i più belli, senza però disporli in ordine cronologico".
Il materiale inviato sembra, pertanto, doversi riconoscere, sostanzialmente,
nella seconda parte della "Vita secunda" di Tommaso
da Celano, a cui la raccolta, intimata da Crescenzio da Iesi,
era destinata. Tale parte, infatti, senza seguire alcun ordine
cronologico, presenta tutta una serie di fatti, gesti, volontà
di Francesco che ben sembrano corrispondere alle intenzioni dei
Compagni di Greccio, anche se questo non significa che essa abbia
incorporato tutta, o esclusivamente, la documentazione raccolta
nel romitaggio reatino.
Il contenuto della "Lettera di Greccio" è il
seguente:
"Al reverendo padre in Cristo, frate Crescenzio, per grazia
di Dio Ministro generale, frate Leone, frate Rufino e frate Angelo,
che in passato furono compagni, senza esserne meritevoli, del
beato padre Francesco, esprimono la loro doverosa e devota riverenza
nel Signore.
Poiché per disposizione del Capitolo generale testé
celebrato e vostra, i frati sono tenuti a comunicare alla paternità
vostra i miracoli e i prodigi del beatissimo padre Francesco che
essi conoscono o che possono reperire, noi, che siamo vissuti
più a lungo insieme con lui, malgrado non ne fossimo degni,
abbiamo ritenuto opportuno di presentare alla santità vostra,
guida la verità, alcune tra le molte gesta di lui, delle
quali siamo stati spettatori o di cui abbiamo attinto notizie
da altri santi frati. E specialmente da frate Filippo, visitatore
delle Povere dame, frate Illuminato dell'Arce, frate Masseo da
Marignano e frate Giovanni, compagno del venerabile frate Egidio,
che raccolse numerose informazioni sia da frate Egidio stesso
che da frate Bernardo, di santa memoria, primo compagno del beato
Francesco.
Non ci accontentiamo però di narrare solo dei miracoli,
i quali palesano ma non fanno la santità; nostro intento
è anche di mostrare alcuni aspetti salienti della sua santa
vita e la intenzione della divina volontà, allo scopo di
lodare e glorificare il sommo Dio e il santo padre Francesco,
e di edificare quanti vogliono seguire i suoi esempi.
Non ci proponiamo tuttavia di scrivere una vita, dal momento che
della sua vita e dei miracoli che Dio ha compiuto per mezzo di
lui sono già state redatte delle "leggende";
bensì abbiamo colto, come da un prato rigoglioso, un mazzo
di fiori, quelli che ci sono parsi i più belli, senza però
disporli in ordine cronologico. E di proposito abbiamo tralasciato
molti fatti, già raccontati in modo veridico ed elegante
nelle leggende su ricordate; in esse voi potrete far inserire,
se lo riterrete opportuno, questi nostri ricordi. Siamo invero
persuasi che, se a quei valenti biografi fossero stati noti i
presenti ricordi, non li avrebbero passati sotto silenzio; anzi,
li avrebbero, almeno in parte, abbelliti con il loro stile, tramandandoli
così alla memoria dei posteri.
Possa la santa paternità vostra stare sempre bene nel Signore
Gesù Cristo; nel quale noi, figli devoti, ci raccomandiamo
alla santità vostra con umiltà e devozione.
Dal luogo di Greccio, 11 agosto dell'anno del Signore 1246".
Il materiale inviato dai "Compagni" del Santo, cui
era allegata la citata lettera, dopo essere stato usato dal
Celano, restò nell'Archivio di Assisi. Ma già
nel 1305, a detta dell'anonimo autore del "Chronicum XIV
vel XV Generalium", la preziosissima silloge si era smembrata
e, almeno in parte, era andata perduta. Molto probabilmente
l'originale scomparì, seguendo la sorte delle altre "Legendae"
proscritte dal Capitolo generale di Parigi del 1266. La parte
salvata, nota all'autore del "Chronicum", consisterebbe,
probabilmente, in certi paragrafi che uno o più frati
stralciarono in antecedenza (tra il 1246 ed il 1266) dalla raccolta
voluta da Crescenzio da Iesi, oltre che dalle biografie del
Celano. Più tardi, precisamente dieci anni dopo, il Capitolo
generale di Padova (1276), costatato che il drastico editto,
anziché sopire i dissensi, li aveva acuiti, ordinò
"quod inquirant de operibus b. Francisci et aliorum sanctorum
fratrum quaecumque memoria digna, prout in suis provinciis contigerunt
eidem Generali sub verbis et testimoniis rescribenda".
Ma ormai le biografie del Celano erano quasi irreperibili. Questo
materiale così salvato, e derivato dalle autorevoli "cartulae"
dei Compagni e dalla "Vita secunda", dovette dar vita
a numerosi florilegi che, sappiamo, proliferarono sullo scorcio
del secolo XIII ed agli inizi del secolo XIV, quando ormai l'agiografia
del Santo era divenuta esclusiva degli Spirituali che cercarono
così di compensare e forse anche di contrastare la "Legenda
Nova" di San Bonaventura da Bagnoregio. Appunto in antitesi
ad essa cominciò a circolare questo materiale, sotto
la generica designazione di "Legenda Antiqua". Anonimo
ma, pur come florilegio, si intendeva attribuito nella sostanza,
se non addirittura nella lettera, ai Compagni del Santo, più
spesso a fra Leone, il socio più intimo ed il più
autentico interprete delle sue volontà. Ed invalse l'uso
di citare questi florilegi come "scripta sociorum",
più tardi come "scripta trium sociorum", o
più correttamente come "scripta fra Leonis").
Paolo Rossi
paolo.r@sanfrancescoassisi.org
|